"sì?"
"buongiorno! benvenuta! Io sono Rosetta, l'impiegata dell'agenzia di viaggi con cui ha parlato in questo mese" disse lei cordiale e sorridente. La sua voce, squillante al telefono, appariva ora con un accento stridulo quasi di falsetto. Il sorriso, invece, appariva in tutta la sua radiosità, caldo e sincero dal sole di sicilia.
"buongiorno! non l'avevo riconosciuta, dalla voce non sembrava così giovane" mentì spudoratamente Dafne. Quanti discorsi avevano fatto al telefono, mentre lei guardava i minuti aumentare, insieme alla bolletta. Avevano concordato tutto: era stata una lunga e diplomatica discussione su ogni singolo euro che era disposta a spendere, ma alla fine avevano trovato un accordo dettagliato e soddisfacente per entrambi. Ora temeva solamente che i padroni di casa facessero problemi, ma per ogni evenienza si era portata via il contratto ed un bel po' di energia per far valere le sue ragioni.
"i restanti bagagli le arriveranno i prossimi giorni?" chiese Rosetta prendendole il valigione con estrema facilità e portandoselo verso una sgangherata fiat uno rossa parcheggiata lì vicino.
"no, non ho altri bagagli" rispose quasi stupita della domanda Dafne.
"come?!?!? ha solo questo? solo solo la tenda le occuperà almeno mezza valigia, un'altra mezza il sacco a pelo"
"non ho una tenda: da quanto mi ha detto lei il posto ha ancora il tetto". Era letteralmente spaventata per la situazione in cui si era cacciata. E per di più non aveva un soldo per potersi permettere qualcosa di meglio, o anche solo di diverso.
"beh, sì, ha un tetto: ma non ha porte ed è in aperta campagna. Non avrà freddo?"
E paura? aggiunse tra sè e sè.
"no, non si preoccupi: so che può sembrare strano, ma ci sono abituata"
Come poteva dirle che da piccola passava intere settimane con la nonna nei boschi irlandesi con il solo riparo dei sacchi a pelo e di capannucole in pietre antichissime, sconosciute a tutti tranne che a loro? Non solo non ci avrebbe creduto, ma probabilmente l'avrebbe insospettita qualora le fosse capitato di fare un passo falso.
"Contenta lei. Sicura che non vuole che le cerchi un albergo?" chiese Rosetta tra il curioso ed il preoccupato.
"no, no non si preoccupi" rispose triste. Quanto avrebbe voluto dire di sì, prenotare un albergo, farsi una doccia calda, profumata e dormire in un morbido materasso! Purtroppo però non poteva permettersi questi lussi: non avrebbe avuto soldi per mangiare. Aveva speso tutti i soldi liquidi che aveva in conto e non aveva voluto sbloccare i pochi investimenti che aveva in banca. Aveva deciso ancora tanti anni or sono che quei soldi non li avrebbe toccati per nessun motivo se non l'acquisto di una casa per tutta la famiglia e non aveva intenzione di venire meno al suo impegno, in fondo l'aveva promesso ad un padre conosciuto troppo poco e troppo tardi.
Continuò a ricordare eventi passati, come in un film sconnesso in cui avessero montato le scene senza una sequenza logica, senza senso quasi. Era così la vita? Un insieme confuso di tessere di un puzzle che non si riesce mai a comporre, un disordine di gusti, sapori e profumi che non vengono da nessuna pietanza particolare, ricordi senza senso, senza sequenza?
si risvegliò come da un incubo durato troppo a lungo, trovandosi nella macchina, accaldata, a strapiombo sul mare, metre Rosetta guidava lungo curve a gomito senza quasi poggiareil piede sul freno e senza cintura. Il mare si stendeva come una lingua di blu, circondata da bianco trine di spuma sulla costa e separata dal cielo da una netta linea indaco all'orizzonte. La strada era stretta, ci passavano appena due macchine sfiorandosi quasi. Da un lato si ergeva una specie di paretina in sassi tirata su a secco, dall'altro la strada terminava direttamente con una discesa di almeno venti metri prima di allungarsi sullo strapiombo di rocce che si gettava a sua volta in mare.
Rosetta continuava a parlare, come una mitragliatrice sputava fuori dicorsi e parole che Dafne non aveva seguito neppure per un istante. "chissà se se ne sarà accorta?" si chiese tra sè e sè "eppure un poco mi sento in colpa: in fondo è venuta a prendermi e mi sta portando nelle mia 'nuova casa'. Non aveva nessun obbligo in questo senso. Magari avrei fatto anch'io lo stesso ma, dopo tanto trattare per pochi euro di spese e affitto, non me l'aspettavo".
"......quindi ci tocca passare di qui finchè non sistemeranno quella dannata frana" disse Rosetta continuando a parlare a raffica.
"scusi? non ho capito bene.." chiese Dafne con aria trasognata ed innocente.
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giovedì 24 luglio 2008
giovedì 17 luglio 2008
capitolo secondo- arrivo
Guardò il mare correre sotto i suoi occhi mentre il treno ripartiva: un immenso abbraccio che si appoggiava sinuoso a carezzare una lingua di spiaggia chiara.
"è la prima volta che vieni qui?" chiese il signore bonario di fronte a lei.
"sì, mai venuta prima. si nota tanto?"
"già, sembri una bambina che guarda un nuovo giocattolo" rispose bonario l'uomo che aveva di fronte.
Sorrise e tornò attenta a guardare il paesaggio che le correva in fianco, rimanendo assorta nei suoi pensieri e nelle sue attese anche quando le gallerie inghiottivano ogni immagine assordandole le orecchie e rimbombandole in testa.
Non passarono molti minuti che l'altoparlante scandì il paese di Patti come prossima fermata. Dafne sussultò, come svegliata d'improvviso dal correre dei suoi sogni, si alzò e, guardando interrogativa il capostazione, si portò verso la sua valigia nel corridoio.
come se fossero stati organizzati da un invisibile coreografo tutti si organizzarono per scendere; Dafne li guardava quasi estasiata: tutti si aiutavano, anche non conoscendosi, a far scendere le valigie.
"dai su! tu non ti muovi? passami la valigia"
Si girò: era il capostazione che la chiamava, era già sceso e le tendeva la mano per prendere la valigia. Si sentì come una bambina imbranata che non avesse mai viaggiato da sola, incapace di organizzarsi per una semplice discesa da un treno. In effetti odiava fare viaggi lunghi o con bagagli pesanti: era sempre riuscita a combinare guai, inciampare, perderli per strada finché rincorreva un treno in ritardo; una volta le si era pure aperta una valigia al check in prima di prendere un aereo.
Prese la valigia e la porse al signore, scoprendo stupita che il signore bassetto che le stava di fronte in realtà era dotato di una forza inimmaginabile: prese e spostò con facilità il borsone e l'aiutò a scendere, oppressa dallo zaino che portava sulle spalle.
salutò e s'incamminò con i suoi bagagli verso l'esterno della stazione.
Si guardò intorno e vide solo sole, un piazzale deserto e spoglio, senza alberi, senza nessuna delle bellezze che s'immaginava ad attenderla.
"Dafne!!" un urlo la raggiunse stridulo all'orecchio destro: una ragazza stava correndo verso di lei, affannata e accaldata, le guance rosse per il caldo sotto la lieve abbronzatura, bassina, le gambe decisamente importanti sbucavano da una gonna a tubo che si fermava appena sotto il ginocchio e le dava almeno 10 anni più di quelli che doveva avere. Gli occhi neri, luminosi e fuggenti squadravano ogni passante tra i passeggeri appena scesi dal treno; i capelli ricci, crespi e ribelli, incorniciavano il viso donandole un aspetto da bambola di porcellana. Quel viso, quel corpo, sembravano talmente diversi da non appartenere alla stessa persona, eppure insieme davano a quella ragazza l'aspetto del tempo che corre e si ferma nello stesso istante: il viso da bimba in un corpo cresciuto per star dietro alla sua stessa impulsività. Un'opera di un artista un po' matto ma con buon gusto.
"è la prima volta che vieni qui?" chiese il signore bonario di fronte a lei.
"sì, mai venuta prima. si nota tanto?"
"già, sembri una bambina che guarda un nuovo giocattolo" rispose bonario l'uomo che aveva di fronte.
Sorrise e tornò attenta a guardare il paesaggio che le correva in fianco, rimanendo assorta nei suoi pensieri e nelle sue attese anche quando le gallerie inghiottivano ogni immagine assordandole le orecchie e rimbombandole in testa.
Non passarono molti minuti che l'altoparlante scandì il paese di Patti come prossima fermata. Dafne sussultò, come svegliata d'improvviso dal correre dei suoi sogni, si alzò e, guardando interrogativa il capostazione, si portò verso la sua valigia nel corridoio.
come se fossero stati organizzati da un invisibile coreografo tutti si organizzarono per scendere; Dafne li guardava quasi estasiata: tutti si aiutavano, anche non conoscendosi, a far scendere le valigie.
"dai su! tu non ti muovi? passami la valigia"
Si girò: era il capostazione che la chiamava, era già sceso e le tendeva la mano per prendere la valigia. Si sentì come una bambina imbranata che non avesse mai viaggiato da sola, incapace di organizzarsi per una semplice discesa da un treno. In effetti odiava fare viaggi lunghi o con bagagli pesanti: era sempre riuscita a combinare guai, inciampare, perderli per strada finché rincorreva un treno in ritardo; una volta le si era pure aperta una valigia al check in prima di prendere un aereo.
Prese la valigia e la porse al signore, scoprendo stupita che il signore bassetto che le stava di fronte in realtà era dotato di una forza inimmaginabile: prese e spostò con facilità il borsone e l'aiutò a scendere, oppressa dallo zaino che portava sulle spalle.
salutò e s'incamminò con i suoi bagagli verso l'esterno della stazione.
Si guardò intorno e vide solo sole, un piazzale deserto e spoglio, senza alberi, senza nessuna delle bellezze che s'immaginava ad attenderla.
"Dafne!!" un urlo la raggiunse stridulo all'orecchio destro: una ragazza stava correndo verso di lei, affannata e accaldata, le guance rosse per il caldo sotto la lieve abbronzatura, bassina, le gambe decisamente importanti sbucavano da una gonna a tubo che si fermava appena sotto il ginocchio e le dava almeno 10 anni più di quelli che doveva avere. Gli occhi neri, luminosi e fuggenti squadravano ogni passante tra i passeggeri appena scesi dal treno; i capelli ricci, crespi e ribelli, incorniciavano il viso donandole un aspetto da bambola di porcellana. Quel viso, quel corpo, sembravano talmente diversi da non appartenere alla stessa persona, eppure insieme davano a quella ragazza l'aspetto del tempo che corre e si ferma nello stesso istante: il viso da bimba in un corpo cresciuto per star dietro alla sua stessa impulsività. Un'opera di un artista un po' matto ma con buon gusto.
mercoledì 18 giugno 2008
capitolo secondo- arrivo
Un viso sorridente, con occhi lucenti e sbarazzini sbucò dalla porta dello scompartimento: “Vieni che siamo quasi a Barcellona. Ti do una mano con il valigione.”
Alzò lo sguardo, lo vide e s’illuminò senza nemmeno accorgersi. Le piaceva quel ragazzo.
Si alzò in piedi, si sistemò i jeans (chiedendosi com’era mai possibile che riuscissero a fare così tante pieghe in solo un’ora) e iniziò a darsi da fare per disincastrare la valigia.
Non se ne rendeva conto, ma davanti a quel ragazzo ogni suo movimento aveva qualcosa di sinuoso, di nuovamente femminile e ammaliante. Tutti i viaggiatori dello scompartimento se ne accorsero: i loro occhi puntavano insistentemente sulla schiena e le spalle di quella strana ragazza che all’improvviso sembrava avere assunto le movenze sinuose di un gatto, non cozzava più contro le gambe altrui, si spostava tra un sedile e l’altro come se non avesse mai fatto altro nella sua vita. Le sue spalle erano posate e forti al contempo mentre i muscoli si tiravano a sostenere la valigia quasi più grande di lei. Se lo ricordavano bene i passeggeri quando era salita: ci si erano dovuti mettere in due ad aiutarla a sistemare quella specie di casa ambulante, che tra l’altro aveva occupato quasi tutto lo spazio costringendoli a mettere i loro sulle gambe o sotto i sedili luridi.
Ora era lì, splendida come una farfalla: non sentiva pesi o sforzi e sorrideva; continuava a sorridere con gli occhi, con le labbra, persino con le spalle e la schiena.
“eccomi” rispose, quando aveva finito. Mario era rimasto incantato a vedere come i muscoli di quella ragazza esile e alta sembravano risvegliarsi ad ogni movimento e scostavano la maglia appena aderente.
“ti sei addormentato? Non credevo d’averci messo molto” lo risvegliò con uno sguardo che sembrava quello di una bambina contrita: gli occhi grandi, spalancati nel verde smeraldo che li illuminava.
“no, no, scusa. Pensavo ti servisse una mano per il peso, ma vedo che nonostante tu sia magrissima la natura ti ha notato di una forza impensabile”
“non è poi così tanta: mi stanco in fretta. E poi mi fa piacere se m’aiuti: qui sembra un formicaio tale è il brulicare di persone e valigie e pacchetti. C’è da perdersi.”
“hai solo questa valigia? Ti conviene prendere tutto perché poi non riesci a tornare indietro perché il corridoio s’intasa con chi deve scendere.”.
“ma io non devo scendere qui: blocco il passaggio”
“non ti preoccupare: per te ho scelto e prenotato il posto d’onore. Non è proprio un palco da teatro, ma non ti verrà addosso nessuno e potrai raggiungere l’uscita anche da sola con i tuoi mille bagagli. E poi ho trovato una persona che t’aiuterà.”.
“sei troppo gentile, non dovevi preoccuparti così: in qualche modo farò, senza disturbare altra gente”
“spiacente: già disturbata.”
Le prese la valigia di mano e la sollevò senza far notare lo sforzo che effettivamente stava facendo. A tutti meno che a lei: in fondo come ortopedico non era poi così male.
“attento: così poi verrai a cercarmi per curarti più che per portarmi a scoprire la Sicilia”
Egli la guardò sorpreso e con uno sguardo interrogativo: “Scusa?”
“così ti spezzi la schiena, non hai caricato un solo chilo sulle gambe. Lasciatelo dire da un ortopedico”
“ecco cosa succede a tentare di far colpo su di te: prima mi spezzi la schiena, poi l’orgoglio. Mi rimane solo il cuore intatto, ma temo avrà vita breve anche quello, se continui così”.
“mi spiace, lo dicevo per te.” Di nuovo quel visino contrito: era adorabile.
“non ti preoccupare: tanto lo so che non mi vorrai mai, sono troppo basso per una stanga come te”.
“Silly”
“eh? No ablo espanol”
“non è spagnolo, è inglese… significa stupidino”
“anche…. Non c’è proprio gusto a farti un piacere”
“ma no, che dici! Volevo dire che non mi è mai interessato quanto alto sia un ragazzo. Anche perché da noi non ci sono solo giocatori di basket!”
“vedi che ce l’hai un ragazzo…. Un giocatore di basket in Irlanda. Che fortunato!!! A parte averti lontana”
“come devo dirtelo che sono single?”
“sarà, ma è difficile crederci. Sembri nascondere qualcosa tu…. Streghetta!”
Mario posò la valigia e rise di gusto. Anche Dafne provò a ridere, ma proprio non ci riusciva: quelle parole la colpivano a fondo, su una ferita ancora aperta, ma non voleva darlo a vedere e non voleva dare spiegazioni.
“ti piace?” chiese Mario indicando uno slargo sulla fine della carrozza, dove aveva posato la sua valigia.
“sì, avevi ragione: lì non darò fastidio a nessuno.”. Rispose passandogli lo zaino e la borsa che portava con sé.
“questa è meglio che la tieni con te” ripassandole la borsa.
“non ti preoccupare: è solo roba di poco conto, nessun valore, se non affettivo”
“in ogni caso, non c’è scritto fuori: meglio tenerla addosso. Vieni che ti faccio conoscere il tuo angelo custode”
“non eri tu?”
“no, io sono il tuo insegnante d’italiano”
Arrivarono allo scompartimento vicino al suo e Mario fece cenno ad un signore sulla cinquantina.
“te la affido: custodiscimela integra col bagaglio e non farmela rimpatriare prima che mi abbia dato una seconda possibilità”
“promesso: te la caccio giù alla stazione giusta. Ma che mi dai in cambio?” rispose egli facendogli l’occhiolino. Era un tipo bassino con la pancia, pelato, occhiali, baffi curati e aspetto di persona bonaria e scherzosa. Sembrava davvero una persona di cui fidarsi.
“ti darà lei qualcosa in cambio, ma spero non ti serva mai: è un doc”
“acc! Devo stare attento allora… brutta gente i medici!” disse ridendo.
“parli proprio tu che ne sei figlio...”
“appunto!! Li conosco bene!”
“mah, io ora vado. Grazie!” uscì dallo scompartimento e prese delicatamente la mano di Dafne “arrivederci bella dottoressa. Spero davvero di rivederla presto, lontano dal suo lavoro, mi raccomando!! Scherzi a parte spero tu ti sia trovata bene. Ti lascio in buone mani: quello è il capostazione di Gioiosa Marea. Buon proseguimento! Il mio numero ce l’hai, semmai ti servisse qualcosa proverò ad aiutarti”.
“grazie mille, sono senza parole”
Mario la guardò fissa negli occhi, si portò un dito alla bocca e le sussurrò piano, dolcemente “sssshhhhh, non parlare: è un tale spettacolo avere i tuoi occhi davanti, che diventa un piacere qualsiasi cosa.”
La salutò velocemente con la mano e corse ai bagagli giusto in tempo perché il treno si stava fermando.
Alzò lo sguardo, lo vide e s’illuminò senza nemmeno accorgersi. Le piaceva quel ragazzo.
Si alzò in piedi, si sistemò i jeans (chiedendosi com’era mai possibile che riuscissero a fare così tante pieghe in solo un’ora) e iniziò a darsi da fare per disincastrare la valigia.
Non se ne rendeva conto, ma davanti a quel ragazzo ogni suo movimento aveva qualcosa di sinuoso, di nuovamente femminile e ammaliante. Tutti i viaggiatori dello scompartimento se ne accorsero: i loro occhi puntavano insistentemente sulla schiena e le spalle di quella strana ragazza che all’improvviso sembrava avere assunto le movenze sinuose di un gatto, non cozzava più contro le gambe altrui, si spostava tra un sedile e l’altro come se non avesse mai fatto altro nella sua vita. Le sue spalle erano posate e forti al contempo mentre i muscoli si tiravano a sostenere la valigia quasi più grande di lei. Se lo ricordavano bene i passeggeri quando era salita: ci si erano dovuti mettere in due ad aiutarla a sistemare quella specie di casa ambulante, che tra l’altro aveva occupato quasi tutto lo spazio costringendoli a mettere i loro sulle gambe o sotto i sedili luridi.
Ora era lì, splendida come una farfalla: non sentiva pesi o sforzi e sorrideva; continuava a sorridere con gli occhi, con le labbra, persino con le spalle e la schiena.
“eccomi” rispose, quando aveva finito. Mario era rimasto incantato a vedere come i muscoli di quella ragazza esile e alta sembravano risvegliarsi ad ogni movimento e scostavano la maglia appena aderente.
“ti sei addormentato? Non credevo d’averci messo molto” lo risvegliò con uno sguardo che sembrava quello di una bambina contrita: gli occhi grandi, spalancati nel verde smeraldo che li illuminava.
“no, no, scusa. Pensavo ti servisse una mano per il peso, ma vedo che nonostante tu sia magrissima la natura ti ha notato di una forza impensabile”
“non è poi così tanta: mi stanco in fretta. E poi mi fa piacere se m’aiuti: qui sembra un formicaio tale è il brulicare di persone e valigie e pacchetti. C’è da perdersi.”
“hai solo questa valigia? Ti conviene prendere tutto perché poi non riesci a tornare indietro perché il corridoio s’intasa con chi deve scendere.”.
“ma io non devo scendere qui: blocco il passaggio”
“non ti preoccupare: per te ho scelto e prenotato il posto d’onore. Non è proprio un palco da teatro, ma non ti verrà addosso nessuno e potrai raggiungere l’uscita anche da sola con i tuoi mille bagagli. E poi ho trovato una persona che t’aiuterà.”.
“sei troppo gentile, non dovevi preoccuparti così: in qualche modo farò, senza disturbare altra gente”
“spiacente: già disturbata.”
Le prese la valigia di mano e la sollevò senza far notare lo sforzo che effettivamente stava facendo. A tutti meno che a lei: in fondo come ortopedico non era poi così male.
“attento: così poi verrai a cercarmi per curarti più che per portarmi a scoprire la Sicilia”
Egli la guardò sorpreso e con uno sguardo interrogativo: “Scusa?”
“così ti spezzi la schiena, non hai caricato un solo chilo sulle gambe. Lasciatelo dire da un ortopedico”
“ecco cosa succede a tentare di far colpo su di te: prima mi spezzi la schiena, poi l’orgoglio. Mi rimane solo il cuore intatto, ma temo avrà vita breve anche quello, se continui così”.
“mi spiace, lo dicevo per te.” Di nuovo quel visino contrito: era adorabile.
“non ti preoccupare: tanto lo so che non mi vorrai mai, sono troppo basso per una stanga come te”.
“Silly”
“eh? No ablo espanol”
“non è spagnolo, è inglese… significa stupidino”
“anche…. Non c’è proprio gusto a farti un piacere”
“ma no, che dici! Volevo dire che non mi è mai interessato quanto alto sia un ragazzo. Anche perché da noi non ci sono solo giocatori di basket!”
“vedi che ce l’hai un ragazzo…. Un giocatore di basket in Irlanda. Che fortunato!!! A parte averti lontana”
“come devo dirtelo che sono single?”
“sarà, ma è difficile crederci. Sembri nascondere qualcosa tu…. Streghetta!”
Mario posò la valigia e rise di gusto. Anche Dafne provò a ridere, ma proprio non ci riusciva: quelle parole la colpivano a fondo, su una ferita ancora aperta, ma non voleva darlo a vedere e non voleva dare spiegazioni.
“ti piace?” chiese Mario indicando uno slargo sulla fine della carrozza, dove aveva posato la sua valigia.
“sì, avevi ragione: lì non darò fastidio a nessuno.”. Rispose passandogli lo zaino e la borsa che portava con sé.
“questa è meglio che la tieni con te” ripassandole la borsa.
“non ti preoccupare: è solo roba di poco conto, nessun valore, se non affettivo”
“in ogni caso, non c’è scritto fuori: meglio tenerla addosso. Vieni che ti faccio conoscere il tuo angelo custode”
“non eri tu?”
“no, io sono il tuo insegnante d’italiano”
Arrivarono allo scompartimento vicino al suo e Mario fece cenno ad un signore sulla cinquantina.
“te la affido: custodiscimela integra col bagaglio e non farmela rimpatriare prima che mi abbia dato una seconda possibilità”
“promesso: te la caccio giù alla stazione giusta. Ma che mi dai in cambio?” rispose egli facendogli l’occhiolino. Era un tipo bassino con la pancia, pelato, occhiali, baffi curati e aspetto di persona bonaria e scherzosa. Sembrava davvero una persona di cui fidarsi.
“ti darà lei qualcosa in cambio, ma spero non ti serva mai: è un doc”
“acc! Devo stare attento allora… brutta gente i medici!” disse ridendo.
“parli proprio tu che ne sei figlio...”
“appunto!! Li conosco bene!”
“mah, io ora vado. Grazie!” uscì dallo scompartimento e prese delicatamente la mano di Dafne “arrivederci bella dottoressa. Spero davvero di rivederla presto, lontano dal suo lavoro, mi raccomando!! Scherzi a parte spero tu ti sia trovata bene. Ti lascio in buone mani: quello è il capostazione di Gioiosa Marea. Buon proseguimento! Il mio numero ce l’hai, semmai ti servisse qualcosa proverò ad aiutarti”.
“grazie mille, sono senza parole”
Mario la guardò fissa negli occhi, si portò un dito alla bocca e le sussurrò piano, dolcemente “sssshhhhh, non parlare: è un tale spettacolo avere i tuoi occhi davanti, che diventa un piacere qualsiasi cosa.”
La salutò velocemente con la mano e corse ai bagagli giusto in tempo perché il treno si stava fermando.
venerdì 13 giugno 2008
capitolo primo- il viaggio 3^ parte (ultima credo)
“sì, scendo a Patti. Mi hanno detto di spostare i bagagli a Barcellona però.”
“Se vuoi t’aiuto io: scendo proprio a Barcellona.”
“Sì, grazie. Sei sempre così gentile?”
“Solo con le fate dalle lunghe gambe e i ricci color del fuoco. Ma devono essere irlandesi DOC: sai, visto come so io l’inglese, riconosco subito i falsi”. Le fece l’occhiolino: non glielo facevano dai tempi delle scuole, quando volevano copiare i suoi compiti.
“Sei di qui, della Sicilia?”
“No, io sono nato e cresciuto in provincia di Roma. I miei nonni sono di qui: vivono a Patti. Mia sorella si è sposata qui e vive a Barcellona, e da quando ha avuto i bimbi sono fuggiti da Roma anche i miei genitori.”
“Ecco perché scendi a Barcellona!!”
“Beh, sì. Credevi che fossi in vacanza? A metà Aprile?”
“Perché no? C’è caldo, io mi farei pure il bagno a mare.”
“Si vede che sei nordica. Qui il bagno si fa da metà Maggio o da fine Giugno in avanti. Per noi poveri umani l’acqua è fredda. Ma come vi abituano a voi? Vi mettono nei laghi ghiacciati da neonati?”
Ma come faceva a trovare sempre il modo di ridere? Ogni cosa dicesse era una battuta, uno scherzo: era impossibile prendere sul serio quell’italiano.
“No, ci mettono a sciogliere la neve, al posto del bue e l’asinello”
“Scherzi a parte abiterò vicino a casa tua, se vuoi ci possiamo vedere qualche volta”
“Non c’è problema, ma io non starò a Patti. Andrò per un po’ in un paesino: si chiama Gioiosa Marea.”
“Sì, lo conosco: ci abitava una mia ex zita. Hai già l’albergo?”
Dafne rise tra sé: se una casa diroccata di campagna si poteva chiamare albergo…
“Sì, più o meno. Diciamo che so dove dormire.”
“ Hai un ragazzo che ti aspetta giù? Che stupido non averci pensato: ecco perché sai l’italiano. In fondo una ragazza bella come te non poteva essere single.”
Arrossì: pensò che sarebbe stato bello avere qualcuno che l’aspettasse, che la portasse a casa, la mettesse sotto la doccia e la coccolasse tutta la notte. “Se continuo a sognare così, tra poco faccio le fusa” pensò sentendosi le guance calde.
“No, no. Purtroppo sono sola. Ben organizzata in ogni caso.”
“Fiiiiiiù. Posso stare tranquillo allora: nessuno mi aspetterà fuori di casa per darmele in preda ad un attacco di gelosia. Ti lascio il mio numero: quando vuoi chiamami.”
Prese un pezzetto di carta: era lo scontrino del caffè che avevano preso sul traghetto. Ci scrisse sopra il numero e glielo porse.
“Così ti ricordi del tuo insegnante d’italiano”
“Difficile dimenticarsi qualcuno che per farti una sorpresa ti cade addosso” rispose ridendo al ricordo di lui che le scivolava addosso per coprirle gli occhi.
“Simpatica. Ecco cosa succede a fare le sorprese alle belle ragazze. Poi che colpa ne ho io se sei alta un metro e ottanta? A noi qui ci fanno piccini: risparmiano sul materiale”
Mario si toccò d’improvviso la tasca dei pantaloni: era il suo cellulare che vibrava. Lo tirò fuori, guardò il messaggio e rise: “Pensa te: questo è il mio amico Sergio che pur di non alzarsi dal sedie del vagone mi sfotte via sms. Sarà invidioso perché posso starmene vicino ad una bella vichinga mentre a lui tocca il grassone di turno. Meglio che rientriamo, anche perché tra poco qui sarà pieno di gente con le valigie. Ti chiamo prima di Barcellona.”
“Va bene” sorrise a Sergio nel vagone, si mise il numero di Mario in tasca e tornò a sedersi al suo posto.
I suoi vicini le sembrava che le sorridessero già di più.
“Sarà solo un’impressione” pensò tra sé.
“Se vuoi t’aiuto io: scendo proprio a Barcellona.”
“Sì, grazie. Sei sempre così gentile?”
“Solo con le fate dalle lunghe gambe e i ricci color del fuoco. Ma devono essere irlandesi DOC: sai, visto come so io l’inglese, riconosco subito i falsi”. Le fece l’occhiolino: non glielo facevano dai tempi delle scuole, quando volevano copiare i suoi compiti.
“Sei di qui, della Sicilia?”
“No, io sono nato e cresciuto in provincia di Roma. I miei nonni sono di qui: vivono a Patti. Mia sorella si è sposata qui e vive a Barcellona, e da quando ha avuto i bimbi sono fuggiti da Roma anche i miei genitori.”
“Ecco perché scendi a Barcellona!!”
“Beh, sì. Credevi che fossi in vacanza? A metà Aprile?”
“Perché no? C’è caldo, io mi farei pure il bagno a mare.”
“Si vede che sei nordica. Qui il bagno si fa da metà Maggio o da fine Giugno in avanti. Per noi poveri umani l’acqua è fredda. Ma come vi abituano a voi? Vi mettono nei laghi ghiacciati da neonati?”
Ma come faceva a trovare sempre il modo di ridere? Ogni cosa dicesse era una battuta, uno scherzo: era impossibile prendere sul serio quell’italiano.
“No, ci mettono a sciogliere la neve, al posto del bue e l’asinello”
“Scherzi a parte abiterò vicino a casa tua, se vuoi ci possiamo vedere qualche volta”
“Non c’è problema, ma io non starò a Patti. Andrò per un po’ in un paesino: si chiama Gioiosa Marea.”
“Sì, lo conosco: ci abitava una mia ex zita. Hai già l’albergo?”
Dafne rise tra sé: se una casa diroccata di campagna si poteva chiamare albergo…
“Sì, più o meno. Diciamo che so dove dormire.”
“ Hai un ragazzo che ti aspetta giù? Che stupido non averci pensato: ecco perché sai l’italiano. In fondo una ragazza bella come te non poteva essere single.”
Arrossì: pensò che sarebbe stato bello avere qualcuno che l’aspettasse, che la portasse a casa, la mettesse sotto la doccia e la coccolasse tutta la notte. “Se continuo a sognare così, tra poco faccio le fusa” pensò sentendosi le guance calde.
“No, no. Purtroppo sono sola. Ben organizzata in ogni caso.”
“Fiiiiiiù. Posso stare tranquillo allora: nessuno mi aspetterà fuori di casa per darmele in preda ad un attacco di gelosia. Ti lascio il mio numero: quando vuoi chiamami.”
Prese un pezzetto di carta: era lo scontrino del caffè che avevano preso sul traghetto. Ci scrisse sopra il numero e glielo porse.
“Così ti ricordi del tuo insegnante d’italiano”
“Difficile dimenticarsi qualcuno che per farti una sorpresa ti cade addosso” rispose ridendo al ricordo di lui che le scivolava addosso per coprirle gli occhi.
“Simpatica. Ecco cosa succede a fare le sorprese alle belle ragazze. Poi che colpa ne ho io se sei alta un metro e ottanta? A noi qui ci fanno piccini: risparmiano sul materiale”
Mario si toccò d’improvviso la tasca dei pantaloni: era il suo cellulare che vibrava. Lo tirò fuori, guardò il messaggio e rise: “Pensa te: questo è il mio amico Sergio che pur di non alzarsi dal sedie del vagone mi sfotte via sms. Sarà invidioso perché posso starmene vicino ad una bella vichinga mentre a lui tocca il grassone di turno. Meglio che rientriamo, anche perché tra poco qui sarà pieno di gente con le valigie. Ti chiamo prima di Barcellona.”
“Va bene” sorrise a Sergio nel vagone, si mise il numero di Mario in tasca e tornò a sedersi al suo posto.
I suoi vicini le sembrava che le sorridessero già di più.
“Sarà solo un’impressione” pensò tra sé.
mercoledì 11 giugno 2008
capitolo primo- il viaggio 2^ parte
Lo seguì, leggera come le farfalle a primavera. I suoi occhi si posavano ovunque: sulle lamiere bianche del traghetto, sulle scritte, sui passanti più strani.
Andò su per le scalette strette chiedendosi come mai facessero le persone ad usarle quando il mare era anche solo un poco mosso: erano strettissime e con una pendenza davvero impressionante.
Nel mentre, lo guardava salire per le scale quasi correndo: era davvero un bel ragazzo, anche se un po’ bassino aveva davvero un fisico atletico.
Si accinse ad andare dietro di lui e appoggiò per sbaglio la mano sul corrimano: il contatto con qualcosa di unto e appiccicaticcio la inorridì. Non era semplice salsedine come quella cui era abituata, era qualcosa di sporco, unto e solo infine salsedine. Tentò di non pensarci e finì di salire i due piani di rampe che si susseguivano in salita.
Egli l’attendeva sorridente alla fine e le porse la mano per invitarla ad uscire all’aperto.
Dafne si ricordò di nuovo di quella sensazione di sporco ed unto e ritrasse la mano istintivamente con una faccia quasi disgustata.
Si stupì di notare la delusione negli occhi di lui che puntualmente le chiese: “tutto a posto? Sembra che d’improvviso ti faccia ribrezzo il tuo insegnante d’italiano: se ti avvicini non ti mangio mica”.
Arrossì all’improvviso. “ Perdonami, ho toccato lo scorrimano e ho tutta la mano coperta di un non so cosa di sporco e grasso”. Sperò in fondo all’animo che le credesse davvero e che non suonasse come una scusa.
Egli sorrise come stesse assistendo alla marachella d’un bambino e tirò fuori dalla tasca una confezione di fazzoletti inumiditi e glielo porse.
“Mai viaggiare senza, se non vuoi sentirti un barbone… e si dice corrimano, non scorrimano. Per fortuna che insegno io a te e non viceversa sennò mi correggeresti ogni respiro”.
È incredibile: sapeva sorridere anche con gli occhi, con le mani, con la persona intera, come se vivesse solo per sorridere al mondo. Inoltre la faceva sentire sempre come una bambina, cosa che, all’alba dei suoi quasi trent’anni, era quanto meno rara.
Si pulì le mani, carezzando le dita lunghe, coccolandosele nel profumo. Non si era neppure accorta delle sue mani che le coprivano gli occhi delicatamente e pian piano la spingevano verso l’esterno.
Il profumo del mare la colse un istante prima che lui le cadesse quasi addosso, inciampando.
“Ecco, ti ho rovinato la sorpresa” le disse finché lei l’aiutava a rialzarsi.
“Che sorpresa?”
La prese per i fianchi, dolcemente, la guidò fino al parapetto e la girò: la Sicilia si ergeva ai loro occhi come un monte sospeso tra le acque, brulla e verde a tratti, illuminata dal sole dell’alba che si fermava sulla cime dell’Etna.
Il suo viso era attonito, respirava appena per la sorpresa, si vedeva ch’era felice: sembrava una bimba cui hanno appena regalato un cono gelato a tre gusti.
“Iniziano a piacermi queste lezioni d’italiano” disse con gli occhi che le brillavano.
“Ci credo: un’insegnante come me dove lo trovi?”
“in Italia! Che domande… Ma siete tutti così voi italiani?”
“no, solo quelli speciali sono così. Gli altri sono quasi così”
Risero insieme, ancora e ancora: ogni volta che si scambiavano idee, ogni volta che le spiegava qualcosa, ogni volta che i loro occhi s’incontravano, rideva. Le piaceva questa Italia: continuava a ridere.
Una volta arrivati scesero di nuovo nel vagone: il caldo li soffocò all’improvviso come un’ondata, unito ad un odore di stantio che colpiva il naso anche meno sensibile di Mario.“Sai già dove scendere? Hai chiesto al capotreno di indicarti la stazione?”. Era premuroso, come sempre. E come sempre la stupiva tanta generosità: in fondo nemmeno la conosceva.
Andò su per le scalette strette chiedendosi come mai facessero le persone ad usarle quando il mare era anche solo un poco mosso: erano strettissime e con una pendenza davvero impressionante.
Nel mentre, lo guardava salire per le scale quasi correndo: era davvero un bel ragazzo, anche se un po’ bassino aveva davvero un fisico atletico.
Si accinse ad andare dietro di lui e appoggiò per sbaglio la mano sul corrimano: il contatto con qualcosa di unto e appiccicaticcio la inorridì. Non era semplice salsedine come quella cui era abituata, era qualcosa di sporco, unto e solo infine salsedine. Tentò di non pensarci e finì di salire i due piani di rampe che si susseguivano in salita.
Egli l’attendeva sorridente alla fine e le porse la mano per invitarla ad uscire all’aperto.
Dafne si ricordò di nuovo di quella sensazione di sporco ed unto e ritrasse la mano istintivamente con una faccia quasi disgustata.
Si stupì di notare la delusione negli occhi di lui che puntualmente le chiese: “tutto a posto? Sembra che d’improvviso ti faccia ribrezzo il tuo insegnante d’italiano: se ti avvicini non ti mangio mica”.
Arrossì all’improvviso. “ Perdonami, ho toccato lo scorrimano e ho tutta la mano coperta di un non so cosa di sporco e grasso”. Sperò in fondo all’animo che le credesse davvero e che non suonasse come una scusa.
Egli sorrise come stesse assistendo alla marachella d’un bambino e tirò fuori dalla tasca una confezione di fazzoletti inumiditi e glielo porse.
“Mai viaggiare senza, se non vuoi sentirti un barbone… e si dice corrimano, non scorrimano. Per fortuna che insegno io a te e non viceversa sennò mi correggeresti ogni respiro”.
È incredibile: sapeva sorridere anche con gli occhi, con le mani, con la persona intera, come se vivesse solo per sorridere al mondo. Inoltre la faceva sentire sempre come una bambina, cosa che, all’alba dei suoi quasi trent’anni, era quanto meno rara.
Si pulì le mani, carezzando le dita lunghe, coccolandosele nel profumo. Non si era neppure accorta delle sue mani che le coprivano gli occhi delicatamente e pian piano la spingevano verso l’esterno.
Il profumo del mare la colse un istante prima che lui le cadesse quasi addosso, inciampando.
“Ecco, ti ho rovinato la sorpresa” le disse finché lei l’aiutava a rialzarsi.
“Che sorpresa?”
La prese per i fianchi, dolcemente, la guidò fino al parapetto e la girò: la Sicilia si ergeva ai loro occhi come un monte sospeso tra le acque, brulla e verde a tratti, illuminata dal sole dell’alba che si fermava sulla cime dell’Etna.
Il suo viso era attonito, respirava appena per la sorpresa, si vedeva ch’era felice: sembrava una bimba cui hanno appena regalato un cono gelato a tre gusti.
“Iniziano a piacermi queste lezioni d’italiano” disse con gli occhi che le brillavano.
“Ci credo: un’insegnante come me dove lo trovi?”
“in Italia! Che domande… Ma siete tutti così voi italiani?”
“no, solo quelli speciali sono così. Gli altri sono quasi così”
Risero insieme, ancora e ancora: ogni volta che si scambiavano idee, ogni volta che le spiegava qualcosa, ogni volta che i loro occhi s’incontravano, rideva. Le piaceva questa Italia: continuava a ridere.
Una volta arrivati scesero di nuovo nel vagone: il caldo li soffocò all’improvviso come un’ondata, unito ad un odore di stantio che colpiva il naso anche meno sensibile di Mario.“Sai già dove scendere? Hai chiesto al capotreno di indicarti la stazione?”. Era premuroso, come sempre. E come sempre la stupiva tanta generosità: in fondo nemmeno la conosceva.
giovedì 5 giugno 2008
capitolo primo: il viaggio
Come avrete visto dall'etichetta questa è una storia, una neverending (= una specie di racconto a puntate in cui chi legge può commentare, suggerire e soprattutto dare spunti per come continuare il racconto).
Non ho avuto tempo nè di rivederlo nè di correggerlo causa esami: ve lo do così, come mi esce dalle mani, con tutti gli errori possibili di sintassi e ortografia. Siate gentili e datemi qualche tempo per le revisioni e correzioni prima di sparare a zero. In pratica non l'ho neppure riletto.
PS: il capitolo non è finito, manca ancora un pezzo, ma è ancora nella mia testolina e devo ancora scriverlo.
Per suggerimenti e co. sapete a chi rivolgervi.
BUONA LETTURA!!!
Guardava il mondo scorrere dal finestrino, veloce e ritmico, quasi sempre uguale: muro di cemento, piante scomposte, muro di cemento, qualche cittadina, paesucoli immersi nel caldo di un inizio estate che sembrava promettere meraviglie.All'improvviso apparvero le prime agavi, qualche fico d'india, ed il colore del sole iniziò a fiorire su limoni all'orizzonte. La sua mente si svegliò, iniziò a correre più veloce del treno caldo e afoso che la accompagnava, la opprimeva: corse alle foto che aveva ricevuto via mail di quel mondo che avrebbe incontrato di lì a poco, dove avrebbe trasferito la sua vita per almeno sei mesi; i mesi del sole, del caldo, nel paese in cui il caldo fa parte della terra, dei vulcani, del mare stesso.Guardò il suo valigione: forse era stata esagerata come sempre; ci sarebbe stata lei, tutta intera, in quella valigia, e forse sarebbe pure avanzato spazio. "Sarà la paura di abbandonare il mio mondo, di dimenticarlo, sarà che vivo nelle mie radici" pensò rapida guardandolo insoddisfatta "però per una che dovrebbe vivere in un sacco a pelo per sei mesi non è proprio il bagaglio adatto...".Tornò a guardare fuori, le colline si allontanavano lente, sorrette da montagne che ancora ospitavano i più popolosi branchi di lupi di tutta l'Italia. Non era difficile da credere in fondo: vedendo il sole fermarsi alla base di quei monti per lasciar spazio ad una foschia densa, quasi di nube, che le avvolgeva di una continua ombra decisamente inquietante. Le avevano raccontato che alcuni banditi, ancora nell’800, rapivano le persone importanti e le tenevano in qualche grotta o piccola casupola in quei monti. Le avevano spiegato che non era neppure immaginabile pensare di mettersi a cercare le persone rapite, non sarebbe mai stato possibile trovarle tra tutte quelle pietraie inarrivabili, senza nemmeno una mulattiera, tra gli arbusti che coprivano le colline come una foresta: era addirittura impossibile vedere il cielo. All'inizio non ci credeva: pensava fossero solo favole, come i suoi folletti della mezzanotte, o le storie di gnomi che rapivano le fanciulle al terzo starnuto, fiabe belle per insegnare le buone maniere ai bimbi, ma senza fonti di verità. In quel momento dovette ricredersi: nessuno qui lavorava di fantasia, tanto erano scure quelle montagne e quanto erano ombrose, fitte ed inquietanti le boscaglie, aggiungiamoci pure i lupi...Rabbrividì al pensiero. Forse l'Italia non era davvero tutta sole, mare e pizza. Si stupì di sé stessa: non aveva mai avuto paura di favole così, non aveva mai avuto i brividi da piccolina, quando le raccontavano favole di fantasmi o fiabe simili. Era stata sempre razionale, sempre dedita alla scienza, studiava le riviste scientifiche come un testo sacro. Ecco perché aveva scelto di fare il medico: amare il prossimo con la scienza, come con una religione. E poi non aveva mai neppure creduto al Dio cristiano che tanto li differenziava dagli inglesi, per lei non esisteva un Dio: era tanto semplice. Se in fondo avevano creato quelle religioni era puramente politica: in fondo capiva perchè non abbandonarsi ad un credo assoluto fosse un punto di forza, capiva perchè era più facile governare detenendo anche il potere religioso, anziché doversi sottomettere a quello di qualcun altro.
E ora? In Italia, le avevano detto, la Chiesa era parte civile e profonda della cultura, del popolo stesso. Le avevano anche spiegato che in realtà i praticanti erano in calo, ma che le persone anziane ascoltavano ancora ciò che diceva la Chiesa e che spesso c'erano discussioni politiche sull'intromissione del Papa negli affari del governo. Si preoccupò: davvero nei paesini il potere del popolo era ancora guidato dal prete? E che mai avrebbe detto un prete di un medico che dormiva in campagna in un sacco a pelo? Medico donna per di più…. Chissà se doveva mettersi il velo? Sorrise tra sé e sé: ma che mai stava pensando?!? Che fossero ancora ai tempi dei roghi delle streghe? “No, saranno solo stereotipi: in fondo ne giravano di simili sulla mia gente. Pensare che una volta mi hanno pure chiesto se credevo davvero ai folletti!!!”si disse ridendo. Eppure una volta sicuramente sarà stato così, in Italia come nel resto della vecchia Europa. In Irlanda per fortuna non succedeva più da tempo. A dire il vero, con tante tradizioni celtiche, non era mai successo davvero: è difficile scontrarsi con una cultura che è cresciuta e maturata nei secoli come quella celtica che risiede nel cuore d’ogni irlandese, anche di una Dubliner come lei.Si risvegliò dai suoi pensieri come da un sogno. Si stiracchiò lenta, sonnacchiosa come un micio dagli occhi verdi, appena allungati e socchiusi, profondi e sornioni.Tornò a sbirciare il mondo che le scorreva accanto: non scorreva più. Erano fermi. "chissà perchè?" si chiese preoccupata pensando ai famosi ritardi dei treni e dei servizi italiani. "mi sa che mi ci dovrò abituare" pensò sconsolata.Si stiracchiò un'altra volta, pigramente, stendendo le gambe lunghe, fino ad incrociare quelle del passeggero di fronte che iniziò a guardarla storto. In fondo non era colpa sua se gli scompartimenti erano così stretti e piccini, e neppure se non era stata in grado di fare così velocemente amicizia con i suoi compagni di viaggio. "Ho capito che sono irlandese ed ospitale, ma qui son tutti pazzi!!!! Parlate tra voi come se vi conosceste da una vita e foste amici da tempi immemori, invece avete passato insieme solo le ore di questo viaggio estenuante" pensò tra sé " e di sicuro se invece che le mie di gambe fossero state quelle del vicino con cui hai chiocciato tutta la notte non avresti fatto quella smorfia così schifata. E ora, nazionalista senza cuore, puoi anche toglierti quel ghigno di torno" Si alzò restituendo lo sguardo inceneritore dell'uomo e si allontanò verso il finestrino in corridoio.
Si sporse appena, quanto bastava per scoprire che il motivo della sosta era l’arrivo a Reggio Calabria: il cartello blu con il nome in bianco le sembrò quasi amico.
Mancava circa un’oretta di treno, dopo il traghetto, e sarebbe arrivata. All’agenzia erano stati chiarissimi: bisognava semplicemente avvisare il capotreno che si sarebbe scesi a Patti, ma stare attenti già dalla partenza a Messina e preparare i bagagli per scendere già alla fermata di Barcellona. “E pensare che credevo fosse in Spagna, Barcellona” sorrise tra sé e sé, pensando al momento in cui aveva letto la mail e credeva la stessero prendendo in giro. Lo ricordava bene: stava per rispondere tutta una serie d’insulti in risposta alla mail, chiedendo di riavere l’anticipo, minacciando cause e chissà cosa. Per fortuna la sua compagna di stanza le aveva posto il dubbio: magari c’era una città omonima, in fondo può succedere, e poi, la cartina del viaggio avrebbe dovuto guardarla in ogni caso. Si accorse che stava ancora tirando un respiro di sollievo ripensando a quando, con il cuore in gola e il terrore d’essere stata presa in giro, aveva trovato quel paesino sulla carta, vicino alla linea ferroviaria: un cerchietto puntato, come i paesi appena più grandi di quelli che a malapena venivano nominati.
Vide i pochi passeggeri che erano scesi risalire sul treno, dopo pochi minuti ripresero a muoversi. Era agitata: non aveva mai visto caricare un treno su un traghetto: le sembrava così strano, così nuovo. Guardò dal finestrino con attenzione tutte le manovre, andavano avanti e indietro di continuo, come se fosse difficile imboccare il binario nel traghetto. Ad un certo punto a fianco a lei si appoggiò un ragazzo, anch’egli curioso di vedere a che punto si era con l’imbarco. Si guardarono, un solo istante, gli occhi scuri, grandi e dolci del ragazzo fissarono i suoi, aperti e amichevoli. Dafne si accorse di sorridere spontaneamente a quello sguardo che sembrava tenderle una mano in quel viaggio verso l’ignoto e di trovare simpatico, così senza nessun motivo, quel ragazzo che non la squadrava come tutti gli altri.
“You speak english?” le chiese con fare quasi fraterno. “Mio Dio!!!!!! Si deve proprio vedere da subito che sono irlandese!”disse tra sé e sé. Poi si affrettò a rispondere “Yes I do, ma parlo anche italiano se ti va più comodo” con un sorridendogli con gli occhi verdi luminosi come smeraldo.
“Beh, sì, effettivamente non è che sappia molto l’inglese. Sembravi così spaesata: avrei tentato di farmi capire, almeno spero” chinò la testa quasi arrossendo con un sorriso timido.
“Quanto son dolci questi ragazzi italiani” pensò tra sé. “Sei gentile, grazie. Si vede tanto che sono straniera?”
“Sì, qui non girano molte ragazze rosse con gli occhi verdi, diciamo che non sei il tipico tipo di ragazza mediterranea, e neppure tedesca o polentona: quelle si tingono di biondo”
“Polentona?”
“Polentoni sono quelli che vengono dal nord: mangiano polenta”. Il ragazzo si mise a ridere: “In effetti tu parli l’italiano bene, ma questo non s’impara sui libri. Piacere, sono Mario: il Suo nuovo insegnante d’italiano parlato”
“Buongiorno, sono Dafne: la Sua studentessa straniera che non la pagherà un cent”
Mario la fulminò con lo sguardo, quasi offeso: “Perché mai dovremmo pensare ai soldi? Non ci ho neppure mai pensato: per me i soldi sono ciò che serve per mangiare e poco più. Ti prego non dirmelo mai più”
Si sentì in colpa, profondamente sbagliata. “Scusa, a quanto pare neanche questo s’impara sui libri”
“Perdonata solo se mi spieghi cosa guardi da mezz’ora così interessata”
“Sì, certo. Guardavo come mai continuiamo ad andare avanti e indietro come se non riuscissimo a parcheggiare il treno nel traghetto” gli rispose con uno sguardo grande ed innocente da bimba.
Mario si mise a ridere in maniera sincera, leggera: “In effetti smontare un treno per ‘parcheggiarlo’ su un treno non è semplice. Vedi: devi innanzitutto infilarlo nel traghetto per tre- quattro vagoni, a seconda di quanti ce ne stanno sul traghetto, poi devi staccare i vagoni, fare retromarcia fino al cambio di binario e metterti sul binario parallelo. Allora potrai tornare a spingere il treno nel vagone e così via. Devi considerare che ogni treno ha circa 15 vagoni e quindi questo lavoro deve essere fatto almeno 5 volte”
Dafne ci pensò: effettivamente non potevano di certo infilare un treno per il lungo nel traghetto!!
Gli sorrise: “grazie!! Io pensavo sbagliassero a centrare i binari!!!”
Si misero a ridere entrambi ripensando a quanto fosse in fondo infantile ma logica quell’idea.
Nel frattempo la lamiera del traghetto scorreva di fronte a loro: finalmente la carrozza era stata montata sulla nave. L’odore di salso e nafta li colpì all’improvviso. Si vede che Mario c’era abituato: non fece nemmeno una smorfia, non un cenno. Dafne invece si sentì colpita alle narici, profondamente e con un senso di nausea improvviso che la fece quasi indietreggiare.
“Se vuoi continuiamo la lezione d’italiano sul ponte, così ci togliamo da questo rumore e da questa puzza” propose Mario, accorgendosi che la pelle della sua vicina aveva perso il colore dorato e s’era improvvisamente sbiancata.
Ella si guardò intorno come a cercare il bagaglio: lo trovò lì dove l’aveva lasciato il giorno prima salendoin cima a quei minimi loculi delle cuccette italiane, stipati d’ogni sorta di borsa e borsetta.
“Non ti preoccupare: qui ci rimane Sergio, l’amico con cui sono sceso da Roma. Con lui qui non possono rubarti nulla”
Sorrise rassicurata: “Allora va bene, andiamo su questo ponte ma spiegami: se c’è il ponte per andare in Sicilia, perché i treni li montano sulla nave?”
Stavolta Mario si mise a ridere di gran gusto, fragorosamente. “Bella questa!! Allora è vero che esiste lo humor inglese!!”
Si sentì spaesata, non capiva nulla di questi italiani. Che aveva detto di tanto comico? A lei sembrava del tutto logico. Lo guardò, cercando nei suoi profondi occhi neri la risposta ai suoi perché.
Egli si fermò d’improvviso, colse lo sguardo e le rispose con uno sguardo altrettanto interrogativo. A quanto pare tra stranieri funziona così: ci si capisce meglio a sguardi, anche se uno dei due conosce la lingua.
“Ma dicevi sul serio? Chi t’ha insegnato l’italiano non è stato molto bravo. Vieni con me che ti faccio la seconda lezione” le prese delicato la mano e la guidò sicuro fuori dal vagone.
Non ho avuto tempo nè di rivederlo nè di correggerlo causa esami: ve lo do così, come mi esce dalle mani, con tutti gli errori possibili di sintassi e ortografia. Siate gentili e datemi qualche tempo per le revisioni e correzioni prima di sparare a zero. In pratica non l'ho neppure riletto.
PS: il capitolo non è finito, manca ancora un pezzo, ma è ancora nella mia testolina e devo ancora scriverlo.
Per suggerimenti e co. sapete a chi rivolgervi.
BUONA LETTURA!!!
Guardava il mondo scorrere dal finestrino, veloce e ritmico, quasi sempre uguale: muro di cemento, piante scomposte, muro di cemento, qualche cittadina, paesucoli immersi nel caldo di un inizio estate che sembrava promettere meraviglie.All'improvviso apparvero le prime agavi, qualche fico d'india, ed il colore del sole iniziò a fiorire su limoni all'orizzonte. La sua mente si svegliò, iniziò a correre più veloce del treno caldo e afoso che la accompagnava, la opprimeva: corse alle foto che aveva ricevuto via mail di quel mondo che avrebbe incontrato di lì a poco, dove avrebbe trasferito la sua vita per almeno sei mesi; i mesi del sole, del caldo, nel paese in cui il caldo fa parte della terra, dei vulcani, del mare stesso.Guardò il suo valigione: forse era stata esagerata come sempre; ci sarebbe stata lei, tutta intera, in quella valigia, e forse sarebbe pure avanzato spazio. "Sarà la paura di abbandonare il mio mondo, di dimenticarlo, sarà che vivo nelle mie radici" pensò rapida guardandolo insoddisfatta "però per una che dovrebbe vivere in un sacco a pelo per sei mesi non è proprio il bagaglio adatto...".Tornò a guardare fuori, le colline si allontanavano lente, sorrette da montagne che ancora ospitavano i più popolosi branchi di lupi di tutta l'Italia. Non era difficile da credere in fondo: vedendo il sole fermarsi alla base di quei monti per lasciar spazio ad una foschia densa, quasi di nube, che le avvolgeva di una continua ombra decisamente inquietante. Le avevano raccontato che alcuni banditi, ancora nell’800, rapivano le persone importanti e le tenevano in qualche grotta o piccola casupola in quei monti. Le avevano spiegato che non era neppure immaginabile pensare di mettersi a cercare le persone rapite, non sarebbe mai stato possibile trovarle tra tutte quelle pietraie inarrivabili, senza nemmeno una mulattiera, tra gli arbusti che coprivano le colline come una foresta: era addirittura impossibile vedere il cielo. All'inizio non ci credeva: pensava fossero solo favole, come i suoi folletti della mezzanotte, o le storie di gnomi che rapivano le fanciulle al terzo starnuto, fiabe belle per insegnare le buone maniere ai bimbi, ma senza fonti di verità. In quel momento dovette ricredersi: nessuno qui lavorava di fantasia, tanto erano scure quelle montagne e quanto erano ombrose, fitte ed inquietanti le boscaglie, aggiungiamoci pure i lupi...Rabbrividì al pensiero. Forse l'Italia non era davvero tutta sole, mare e pizza. Si stupì di sé stessa: non aveva mai avuto paura di favole così, non aveva mai avuto i brividi da piccolina, quando le raccontavano favole di fantasmi o fiabe simili. Era stata sempre razionale, sempre dedita alla scienza, studiava le riviste scientifiche come un testo sacro. Ecco perché aveva scelto di fare il medico: amare il prossimo con la scienza, come con una religione. E poi non aveva mai neppure creduto al Dio cristiano che tanto li differenziava dagli inglesi, per lei non esisteva un Dio: era tanto semplice. Se in fondo avevano creato quelle religioni era puramente politica: in fondo capiva perchè non abbandonarsi ad un credo assoluto fosse un punto di forza, capiva perchè era più facile governare detenendo anche il potere religioso, anziché doversi sottomettere a quello di qualcun altro.
E ora? In Italia, le avevano detto, la Chiesa era parte civile e profonda della cultura, del popolo stesso. Le avevano anche spiegato che in realtà i praticanti erano in calo, ma che le persone anziane ascoltavano ancora ciò che diceva la Chiesa e che spesso c'erano discussioni politiche sull'intromissione del Papa negli affari del governo. Si preoccupò: davvero nei paesini il potere del popolo era ancora guidato dal prete? E che mai avrebbe detto un prete di un medico che dormiva in campagna in un sacco a pelo? Medico donna per di più…. Chissà se doveva mettersi il velo? Sorrise tra sé e sé: ma che mai stava pensando?!? Che fossero ancora ai tempi dei roghi delle streghe? “No, saranno solo stereotipi: in fondo ne giravano di simili sulla mia gente. Pensare che una volta mi hanno pure chiesto se credevo davvero ai folletti!!!”si disse ridendo. Eppure una volta sicuramente sarà stato così, in Italia come nel resto della vecchia Europa. In Irlanda per fortuna non succedeva più da tempo. A dire il vero, con tante tradizioni celtiche, non era mai successo davvero: è difficile scontrarsi con una cultura che è cresciuta e maturata nei secoli come quella celtica che risiede nel cuore d’ogni irlandese, anche di una Dubliner come lei.Si risvegliò dai suoi pensieri come da un sogno. Si stiracchiò lenta, sonnacchiosa come un micio dagli occhi verdi, appena allungati e socchiusi, profondi e sornioni.Tornò a sbirciare il mondo che le scorreva accanto: non scorreva più. Erano fermi. "chissà perchè?" si chiese preoccupata pensando ai famosi ritardi dei treni e dei servizi italiani. "mi sa che mi ci dovrò abituare" pensò sconsolata.Si stiracchiò un'altra volta, pigramente, stendendo le gambe lunghe, fino ad incrociare quelle del passeggero di fronte che iniziò a guardarla storto. In fondo non era colpa sua se gli scompartimenti erano così stretti e piccini, e neppure se non era stata in grado di fare così velocemente amicizia con i suoi compagni di viaggio. "Ho capito che sono irlandese ed ospitale, ma qui son tutti pazzi!!!! Parlate tra voi come se vi conosceste da una vita e foste amici da tempi immemori, invece avete passato insieme solo le ore di questo viaggio estenuante" pensò tra sé " e di sicuro se invece che le mie di gambe fossero state quelle del vicino con cui hai chiocciato tutta la notte non avresti fatto quella smorfia così schifata. E ora, nazionalista senza cuore, puoi anche toglierti quel ghigno di torno" Si alzò restituendo lo sguardo inceneritore dell'uomo e si allontanò verso il finestrino in corridoio.
Si sporse appena, quanto bastava per scoprire che il motivo della sosta era l’arrivo a Reggio Calabria: il cartello blu con il nome in bianco le sembrò quasi amico.
Mancava circa un’oretta di treno, dopo il traghetto, e sarebbe arrivata. All’agenzia erano stati chiarissimi: bisognava semplicemente avvisare il capotreno che si sarebbe scesi a Patti, ma stare attenti già dalla partenza a Messina e preparare i bagagli per scendere già alla fermata di Barcellona. “E pensare che credevo fosse in Spagna, Barcellona” sorrise tra sé e sé, pensando al momento in cui aveva letto la mail e credeva la stessero prendendo in giro. Lo ricordava bene: stava per rispondere tutta una serie d’insulti in risposta alla mail, chiedendo di riavere l’anticipo, minacciando cause e chissà cosa. Per fortuna la sua compagna di stanza le aveva posto il dubbio: magari c’era una città omonima, in fondo può succedere, e poi, la cartina del viaggio avrebbe dovuto guardarla in ogni caso. Si accorse che stava ancora tirando un respiro di sollievo ripensando a quando, con il cuore in gola e il terrore d’essere stata presa in giro, aveva trovato quel paesino sulla carta, vicino alla linea ferroviaria: un cerchietto puntato, come i paesi appena più grandi di quelli che a malapena venivano nominati.
Vide i pochi passeggeri che erano scesi risalire sul treno, dopo pochi minuti ripresero a muoversi. Era agitata: non aveva mai visto caricare un treno su un traghetto: le sembrava così strano, così nuovo. Guardò dal finestrino con attenzione tutte le manovre, andavano avanti e indietro di continuo, come se fosse difficile imboccare il binario nel traghetto. Ad un certo punto a fianco a lei si appoggiò un ragazzo, anch’egli curioso di vedere a che punto si era con l’imbarco. Si guardarono, un solo istante, gli occhi scuri, grandi e dolci del ragazzo fissarono i suoi, aperti e amichevoli. Dafne si accorse di sorridere spontaneamente a quello sguardo che sembrava tenderle una mano in quel viaggio verso l’ignoto e di trovare simpatico, così senza nessun motivo, quel ragazzo che non la squadrava come tutti gli altri.
“You speak english?” le chiese con fare quasi fraterno. “Mio Dio!!!!!! Si deve proprio vedere da subito che sono irlandese!”disse tra sé e sé. Poi si affrettò a rispondere “Yes I do, ma parlo anche italiano se ti va più comodo” con un sorridendogli con gli occhi verdi luminosi come smeraldo.
“Beh, sì, effettivamente non è che sappia molto l’inglese. Sembravi così spaesata: avrei tentato di farmi capire, almeno spero” chinò la testa quasi arrossendo con un sorriso timido.
“Quanto son dolci questi ragazzi italiani” pensò tra sé. “Sei gentile, grazie. Si vede tanto che sono straniera?”
“Sì, qui non girano molte ragazze rosse con gli occhi verdi, diciamo che non sei il tipico tipo di ragazza mediterranea, e neppure tedesca o polentona: quelle si tingono di biondo”
“Polentona?”
“Polentoni sono quelli che vengono dal nord: mangiano polenta”. Il ragazzo si mise a ridere: “In effetti tu parli l’italiano bene, ma questo non s’impara sui libri. Piacere, sono Mario: il Suo nuovo insegnante d’italiano parlato”
“Buongiorno, sono Dafne: la Sua studentessa straniera che non la pagherà un cent”
Mario la fulminò con lo sguardo, quasi offeso: “Perché mai dovremmo pensare ai soldi? Non ci ho neppure mai pensato: per me i soldi sono ciò che serve per mangiare e poco più. Ti prego non dirmelo mai più”
Si sentì in colpa, profondamente sbagliata. “Scusa, a quanto pare neanche questo s’impara sui libri”
“Perdonata solo se mi spieghi cosa guardi da mezz’ora così interessata”
“Sì, certo. Guardavo come mai continuiamo ad andare avanti e indietro come se non riuscissimo a parcheggiare il treno nel traghetto” gli rispose con uno sguardo grande ed innocente da bimba.
Mario si mise a ridere in maniera sincera, leggera: “In effetti smontare un treno per ‘parcheggiarlo’ su un treno non è semplice. Vedi: devi innanzitutto infilarlo nel traghetto per tre- quattro vagoni, a seconda di quanti ce ne stanno sul traghetto, poi devi staccare i vagoni, fare retromarcia fino al cambio di binario e metterti sul binario parallelo. Allora potrai tornare a spingere il treno nel vagone e così via. Devi considerare che ogni treno ha circa 15 vagoni e quindi questo lavoro deve essere fatto almeno 5 volte”
Dafne ci pensò: effettivamente non potevano di certo infilare un treno per il lungo nel traghetto!!
Gli sorrise: “grazie!! Io pensavo sbagliassero a centrare i binari!!!”
Si misero a ridere entrambi ripensando a quanto fosse in fondo infantile ma logica quell’idea.
Nel frattempo la lamiera del traghetto scorreva di fronte a loro: finalmente la carrozza era stata montata sulla nave. L’odore di salso e nafta li colpì all’improvviso. Si vede che Mario c’era abituato: non fece nemmeno una smorfia, non un cenno. Dafne invece si sentì colpita alle narici, profondamente e con un senso di nausea improvviso che la fece quasi indietreggiare.
“Se vuoi continuiamo la lezione d’italiano sul ponte, così ci togliamo da questo rumore e da questa puzza” propose Mario, accorgendosi che la pelle della sua vicina aveva perso il colore dorato e s’era improvvisamente sbiancata.
Ella si guardò intorno come a cercare il bagaglio: lo trovò lì dove l’aveva lasciato il giorno prima salendoin cima a quei minimi loculi delle cuccette italiane, stipati d’ogni sorta di borsa e borsetta.
“Non ti preoccupare: qui ci rimane Sergio, l’amico con cui sono sceso da Roma. Con lui qui non possono rubarti nulla”
Sorrise rassicurata: “Allora va bene, andiamo su questo ponte ma spiegami: se c’è il ponte per andare in Sicilia, perché i treni li montano sulla nave?”
Stavolta Mario si mise a ridere di gran gusto, fragorosamente. “Bella questa!! Allora è vero che esiste lo humor inglese!!”
Si sentì spaesata, non capiva nulla di questi italiani. Che aveva detto di tanto comico? A lei sembrava del tutto logico. Lo guardò, cercando nei suoi profondi occhi neri la risposta ai suoi perché.
Egli si fermò d’improvviso, colse lo sguardo e le rispose con uno sguardo altrettanto interrogativo. A quanto pare tra stranieri funziona così: ci si capisce meglio a sguardi, anche se uno dei due conosce la lingua.
“Ma dicevi sul serio? Chi t’ha insegnato l’italiano non è stato molto bravo. Vieni con me che ti faccio la seconda lezione” le prese delicato la mano e la guidò sicuro fuori dal vagone.
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